Leggi il racconto scritto dai ragazzi che hanno partecipato allo stage di Certaldo.
Inizio:
Nel verde brillante della campagna toscana, sorgeva un castello, ma un poco moderno: non torri merlate, non ponte levatoio , non mura di cinta: solo alcune case immerse nel fresco del vento, nel sole cocente, nell’acqua freschissima della piscina. E allora, perchè chiamarlo castello? perchè in quelle case, in quelle due casette, un poco moderne, accaddero, nei primi giorni di luglio, di un anno che dirvi non so, accaddero fatti, un po’ come dire, un po’ poco comuni, fatti un po’ strani, fatti che degni sono di stare in un romanzo campestre del tempo che fu. In principio, soltanto una giovane coppia abitava quei luoghi, una coppia: ma che coppia! Lui il castellano, tenero e rustico villico dal cuore di nobile cavaliere, aveva un nome famoso, il nome di un tale chiamato il Magnifico, e certo, magnifico era anche lui! Lei,la castellana,aveva un nome imperiale, un nome un po’ svevo, ma tanto imperiale non era: tutta pepe, piccina, magrina, ma piena di idee: le idee le uscivano da tutti i pori: dalle unghie, dagli occhi, dal naso, dalle orecchie e tutte passavano poi per la sua testa lucente, finchè! Giù per la gola fino alle labbra dove fiorivano come petali di rose. e che idee!
Una mattina, la castellana si svegliò più arzilla di sempre e, senza nemmeno portare il caffè al suo villico cavaliere, saltò sul suo cavallo alato di nome Smart, e via per strade battute e non, fino alla città grande: Firenze,la città dove aveva fatto i suoi studi e dove sapeva che ogni tanto discendevano, dai loro castelli, altre giovani castellane come lei, con tante idee, come le sue, e con tanta voglia di divertirsi e di fare divertire. Le trovò tutte quel giorno le castellane sue amiche: una dal nome pieno di luce, come la santa che si festeggia d’inverno, l’altra il cui nome ricorda quello di una… di una per la cui bellezza si combattè una guerra lunghissima; l’altra aveva un nome molto antico, uguale a quello di un tale che ebbe un certo incidente sulla via di Damasco; poi c’era un’altra dal nome cortissimo e misterioso, pensate! Era il nome della -Ragazza di Bube-. C’era poi una castellana che proveniva da un feudo lontano, e aveva il nome della sposa di Abramo.
La castellana dal nome imperiale disse:
“sentite mie care compagne, io so che ci sono alcuni ragazzi che, a stare a casa l’estate, si annoiano un po’; loro vorrebbero divertirsi e, proprio se avanza un po’ di tempo, imparare qualcosa. Perchè non li portiamo nel mio castello?”
“L’idea ci piace, – dissero in coro le altre,- veniamo anche noi ma… ma ci manca qualcosa.”
“noi siamo tutte giovani inesperte,”disse una,
“ci serve una guida”
“noi siamo tutte donne,” aggiunse un’altra,
” ci serve un saggio uomo che ci protegga e si prenda cura di noi.”
ma un’altra disse:
”e dove troveremo il denaro che ci servirà per fare tutto questo?”
E tutte cominciarono a pensare, a cercare, a inviare messaggi; pregarono tutti i santi di tutte le chiese; bussarono presso tutti i più ricchi mercanti della città; spedirono banditori per le strade ad annunciare che si cercava una guida per giovani donne inesperte ed un saggio protettore per le stesse e. beh e anche un po di denaro. Le castellane cercarono, cercarono e alla fine, trovarono: scese dal nord un giovane uomo tranquillo e gentile che nel nome ricordava un certo attore toscano, uno che spesso recitava anche Dante, e disse:
“io son pronto a venire con voi e ho già pronto qui un ragazzo dal nome di un saggio filosofo, che però tanto filosofo non è; è alto e forte, è buono, gentile scherzoso;starà molto bene con noi. La castellana del feudo lontano disse che sì, un certo ragazzo lo aveva anche lei:
“ha il nome di un re d’Inghilterra e anche di un re di Germania; è un ragazzino simpatico, un po’ pigro, ma grande nell’arte di fare poesie e di cantare canzoni; starà molto bene con noi”.
Poi venne un messaggio dal nord dell’Italia:
“c’è un ragazzo, dal nome di un re di Savoja, che vuole venire anche lui nel castel di Toscana; lui suona l’armonica, è allegro e,se proprio si insiste, potrebbe anche imparare qualcosa.”
Vennero poi tre belle fanciulle, che tutti chiamarono le tre comari: una aveva un nome antico, e aveva anche lei un castello in Toscana, nella cittadina di Vinci; era un po’ silenziosa, ma con le sue amiche, diventava ciarliera; un’altra aveva il nome di un’attrice molto brava , che forse non tutti ricordano,ed era lo stesso nome di una santa famosa che si festeggia alla fine di luglio; e veniva dalla lontana Caserta; la terza veniva da un misterioso paese dal nome un po’ oscuro, -Lenola- ma lei aveva ben due nomi, proprio come una imperatrice moglie di quel Napoleone di cui parlano i libri di storia. Le tre comari accolsero nel loro gruppetto una quarta fanciulla graziosa e leggiadra, esperta nell’arte medica; anche questa aveva il nome di una famosa bellissima attrice, ma anche il nome della terribile e capricciosa donna amata dal poeta Catullo, ma lui la chiamava Lesbia. C’erano poi due giovani eroi : uno portava su di sè un pesante nome imperiale, e proprio come l’imperatore di cui portava il nome, era colto, ma non saggio; parlava varie lingue ma le parlava tutte, sempre e tutte insieme: parlava…parlava di giorno, di notte di sera di mattina. Parlava in cucina girando la pasta, parlava in piscina aggrappandosi al tubo. L’altro aveva il nome di un capo, di un capo che diede le leggi al suo popolo in un tempo lontano. Lui non parlava molto, ma quando parlava infondeva allegria, dispensava saggezza, faceva pensare.
E così dunque nel castello ricominciò la vita: i ragazzi felicissimi si diedero da fare in cucina fin dalla prima sera, le castellane provarono anche ad insegnare loro qualcosa; e le ore del primo giorno presto scivolarono via.
Ma ecco che, nella calura del secondo giorno, la castellana dal nome imperiale, improvvisamente, a bordo del suo cavallo alato di nome Smart, sparì. E quando tornò, portò la guida che le giovani donne attendevano.
Era questa una signora, un po’ avanti negli anni, che parlava come un libro di scuola e in più si era portata dietro delle strane cose: del pane che sembrava cibo per uccelli, un thè a cui lei aggiungeva degli strani intrugli dall’altrettanto strano sapore; delle strane fette rotonde che sembravano plastica, ma che lei chiamava gallette, e un libro scritto in uno strano modo, cioè con degli strani puntini. In più lei, quando scriveva, usava uno strano strumento a cui nessuno osava avvicinarsi. I ragazzi non sapevano cosa pensare: questa donna aveva qualcosa che suscitava in loro certi ricordi… ricordi… di scuola. Eh sì e infatti si sussurrava che fosse.. Che fosse proprio un’insegnante! una di quelle della scuola! E in più che buffo nome aveva! Il nome di uno strumento musicale, oppure di un fiore, ma di un fiore piccolo che fiorisce alla fine dell’inverno e che…beh.. muore presto. Ma lei no! Lei era sempre lì, c’era tutti i giorni e parlava eh sì parlava tanto anche lei! raccontava di un certo Boccaccio, faceva degli strani giochi, faceva fare le poesie, e poi raccontava certe strane storie sui cognomi! Mah cose mai sentite.
“Sarà un po’ matta,” pensavano i ragazzi, ma non lo dicevano perchè con le professoresse..eh non si sa mai! Però poi cominciarono a prendere coraggio e qualcuno addirittura le disse che era…una brutta viola- e lei non si offese, anzi continuò a torturarli con le poesie e con le domande, come se fossero a scuola. Alcuni pensarono di affogarla in piscina, ma si sentì dire che, se lo avessero fatto, sarebbe arrivato al castello un guerriero terribile, uno che avrebbe mosso una guerra più lunga di quella di Troia, più terribile delle tre guerre puniche messe insieme! E allora i ragazzi la lasciarono stare, e alla fine poi si abituarono anche a lei e a quel suo strano modo di fare scuola. Era però una scuola molto allegra e i ragazzi finirono per non preoccuparsi più.
C’era però un’altra stranezza: nelle due casette si parlavano molte lingue: l’italiano, il latino, l’arabo il piemontese il napoletano, , il portoghese e il pistoiese, ma soprattutto si parlava il barese: infatti questa lingua finì per essere la dominante: si parlava in barese, si cantava in barese, si mangiava in barese si rideva in barese, insomma si viveva in barese. Fra gli schizzi della piscina e gli odori di frittura della cucina i giorni passavano; le ore scivolavano via fra una pizza e una poesia, fra i piatti da lavare ed il caffè da preparare. Ed arrivò così l’ultimo giorno. I ragazzi tornarono alle loro case, un po’ tristi, un po’ pensierosi, ma sicuri che sì, si sarebbero annoiati un po’ meno pensando a quella bella vacanza. Così il villico cavaliere dal nome magnifico e la castellana dal nome imperiale si ritrovarono soli, nel silenzio del prato, nel sussurro del vento che portava loro ancora il suono delle voci dei canti e delle risate. Lui prese gli attrezzi da lavoro e si diresse, un po’ triste, verso i campi; lei invece trotterellò verso il computer, lo accese e disse:
“ovvia!! Ora si fa il progetto per l’anno prossimo!”
Fattoria Bacio, Certaldo (Firenze) Venerdì 11 luglio 2008.
ciao! ho letto questo articolo… ma questo castello dove si trova??? e’ bellissimoooooooooooooo
grazie